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Lucio Battisti

 

Milano, Ospedale San Paolo, mercoledì 9 settembre 1998: muore Lucio Battisti.

Battisti, ricoverato dal 29 agosto, aveva perso conoscenza da ore; lo spostamento in terapia intensiva di lunedì mattina era legato alla crisi ultima, risolutiva: intubato e collegato ai fili delle macchine del reparto. Il fisico attaccato ferocemente dal male, la condizione di dializzato che impedisce o rende inutili le cure ad alto potenziale, il male che si estende fino a organi delicatissimi come fegato e pancreas, ma nessun accanimento terapeutico: per Lucio Battisti il tempo di morire è lì e se lo porta via... La musica italiana perde forse il più grande dei suoi rappresentanti.

Dedicato a Lucio Battisti

Qualche giorno dopo la sua morte, Lucio Battisti ritorna di persona per consegnare al mondo le parole di una nuova canzone che stavolta ha scritto lui, dedicata a Mogol, e che canterà Adriano Celentano, Arcobaleno. Per comprendere bene di cosa stiamo parlando, questa è la canzone:

Nel 1974, nell'album Anima Latina, c'è una canzone dal titolo Separazione naturale in cui in molti rilevano accenni di crisi nella coppia Battisti-Mogol; la vera separazione avviene dopo il febbraio del 1980 quando esce l'ultimo grande album della Coppia dal titolo UNA GIORNATA UGGIOSA, un disco che rimane al primo posto della classifica delle vendite per nove settimane.

Da allora Lucio e Mogol prendono due strade diverse, fin quando, dopo la sua morte, Lucio decide di comunicare al suo amico Mogol di ascoltare sempre e solo musica vera e di cercare di capire: in realtà queste sono parole da quinta dimensione in cui la musica vera è quella del cuore di ciascuno di noi e il capire riguarda la comprensione delle cose, della natura della realtà e della propria condizione di essere spirituale.

Per coloro che ancora non lo hanno ancora letto, ho dedicato il mio ultimo libro IO SONO ME a Lucio Battisti e voglio portarvi a conoscenza di alcuni incredibili retroscena di questa canzone pur mantenendo segrete alcune cose in quanto trattasi di informazioni riservate. Ma cominciamo dall'inizio...

Statua Lucio Battisti a Poggio BustoneLucio Battisti è stato certamente il cantante più rappresentativo della musica italiana; Lucio nacque a Poggio Bustone, in provincia di Rieti, il 5 marzo 1943; la sua cittadina gli ha dedicato il parco pubblico chiamandolo I Giardini di Marzo e ponendovi una sua statua in bronzo. E' un posto che ho visto ed è anche molto suggestivo.

I Mattatori è uno dei tanti gruppi che, a cavallo tra gli anni ’50 e i ’60, sono nati a Napoli e si sono esibiti nei locali della zona, arrivando in breve ad avere una notorietà nazionale suonando nei night club. Il gruppo de I MATTATORI fu fondato da un mio amico di Napoli, l'ingegner Giulio Zampa, voce e basso del gruppo; c'erano anche il fratello Mario alla batteria, Gianni Vogel al sax e alla prima chitarra, Carlo Missaglia alla seconda chitarra e Claudio Fresca al pianoforte.
Come sanno i battistiani, per un certo periodo fece parte del complesso anche Lucio Battisti. Un Lucio Battisti inedito, giovanissimo, non ancora maggiorenne, quello che per due anni ha suonato fra Napoli e Ischia: l’estate, il mare, la vita semplice di un artista in erba e la dolce vita degli anni Sessanta.

Parlava napoletano quel Lucio Battisti che pochi hanno conosciuto e che viene raccontato da chi l’ha visto crescere come uomo e come artista; nessuno tra quanti hanno conosciuto il ragazzetto con tanti capelli ricci e la passione per la chitarra sapeva che sarebbe diventato l’interprete di tanti sogni e dei sentimenti degli italiani di tutte le età.

Giulio Zampa mi ha raccontato come andarono le cose: allora, ancora minorenne, Lucio era in possesso del diploma di Perito Elettrotecnico e stava attendendo la chiamata di assunzione da parte di un'azienda che riparava ascensori in cui Lucio aveva fatto un colloquio di lavoro. Giulio, che aveva sentito suonare la chitarra a Lucio, era rimasto affascinato ed era andato a parlare con la mamma di Lucio per poter ottenere il permesso di avere il figlio, ancora minorenne, nel suo gruppo. Giulio si assumeva tutte le responsabilità pur di avere con sé quel ragazzo. La mamma era molto riluttante perché temeva per il futuro lavorativo del figlio nel caso in cui fosse arrivata la chiamata dalla ditta di ascensori per fare il tecnico. Non so se la ditta si fece mai viva, ma quello che so è che Lucio stette due anni a Napoli a suonare con I Mattatori; il tipo al centro del gruppo ritratto sul libro di Anna Maria Chiariello è proprio Lucio Battisti con I Mattatori:

I Mattatori

Ma torniamo a noi: a settembre '98, appunto, Lucio lascia il corpo; già dopo appena poche ore iniziano ad incasellarsi cose strane che andranno avanti per quattro mesi. Vediamole...


il 1° evento: IL CASO DELLA LETTERA APERTA CELENTANO-BATTISTI

Senza alcun sospetto e collegamento, Adriano Celentano, una ventina di giorni dopo la morte di Lucio, il 5 ottobre 1998, acquista un grosso spazio sul Corriere della Sera per "scusarsi" con Lucio: quattro anni prima Adriano aveva mancato ad una promessa fatta a Lucio di cui non riusciva a perdonarsi e Lucio non aveva più accettato neanche di rispondergli al telefono. La cosa strana dell'evento è che Adriano non sospetta che sarà colui che canterà la "sua" canzone.

Questa è la lettera aperta che Adriano ha voluto "dedicare" a Lucio; si deve leggere come si ascoltasse Adriano parlare. Il titolo è:

Un'estate con Lucio Battisti e quel sogno impossibile con Mina

Quel giorno, era un pomeriggio d'estate, quando tu e Grazia avete incontrato Claudia (Claudia Mori, NDR) al mercato di Lecco.

"Indovina chi ho visto - mi disse la sposa, raggiante di gioia - Lucio Battisti e Grazia (Grazia è la moglie di Battisti, NDR)!".

"Ma va?!... E lui cosa diceva?". "Ci siamo abbracciati, parlavamo così ad alta voce che tutta la gente del mercato era attorno a noi, sembrava la festa del paese... ammazza, diceva lui: siamo a due passi l'uno dall'altro e non ci vediamo mai".

"Ma gli hai detto di venire qui?".

"Secondo te, dopo tanti anni che non vedo Lucio, io che conosco tutte le sue canzoni a memoria, lo incontro al mercato e non gli dico di venire qui?...".

"Non sarebbe una novità, magari ti sei dimenticata la sua canzone più importante...".

"E` più facile che dimentichi una delle tue di canzoni...". "Allora vengono?!?". "Domani saranno a pranzo da noi".

Corsi subito fuori in giardino a chiamare Vittorio, il mio contadino fedele, per dirgli di tagliare l'erba.

"Ma l'ho appena tagliata!", mi disse lui. "Fa niente, tagliala un'altra volta!"

Non c'è cosa peggiore che lo fa irritare come quando gli dici di rifare un lavoro che ha appena fatto. Per lui è come scalare il K2.

"Anche l'altra volta - si lamentava - quando venne Mina, mi ha fatto tagliare l'erba due volte".

"Sempre, quando arrivano i forti - risposi - bisogna tagliare l'erba due volte". Sebbene abituato a questo tipo di dialogo rimase un po' perplesso: "Non che voglia entrare nelle sue cose private - mi disse con un filo di sarcasmo - è solo per sapermi regolare: ce ne sono ancora tanti?"

"Di cosa?".

"Di forti!"

"No, siamo solo in tre". "In tutta Italia, immagino". "In tutta Europa".

Quell'affermazione, da parte mia, in modo così deciso, gli aveva fatto ritornare il sorriso sulle labbra. Per lui non era tanto importante il fatto che tu, Mina e io fossimo i più forti, quanto, invece, il fatto che fossi io a crederlo; questo lo tranquillizzava sapendo poi che l'ordine di tagliare l'erba due volte nello stesso giorno valeva solo per tre persone. La mattina seguente la giornata era splendida, il prato sembrava un biliardo e tutto era in ordine per la tua entrata.

Ci fu un grande abbraccio e la stretta, ricordo, fu abbastanza forte. Erano passati 25 anni dall'ultima volta che ci eravamo visti. Tu non eri ancora nessuno e venisti con Mogol a casa mia a Milano. "Ti presento un ragazzo di cui fra non molto sentirai parlare - mi disse Mogol con la sua solita aria ultra esuberante quando è convinto di una cosa -. E' un autore straordinario e insieme abbiamo fatto una canzone per te da un milione di copie". Devo dire che quando ti vidi la prima volta non mi piacevi tanto. Forse perché mentre Mogol ti esaltava, io ti guardavo e tu non facevi niente per smorzare la valanga di elogi che lui riversava su di te. Più tardi poi capii che quello era il tuo modo di fare e anche per questo eri simpatico.

La canzone era "Per una lira". Ti dissi francamente che non mi piaceva. Allora Mogol cercava con tutte le sue forze di far leva sul testo, e noi lo sappiamo come si trasforma quando è seriamente convinto di una cosa: piano, piano, spalancava gli occhi come un animale di fronte alla sua preda e si avvicinava, si avvicinava mentre, la sua bocca a due centimetri dalla mia, si muoveva come un polipo parlandomi ovunque, negli occhi, sui capelli, recitandomi il testo nelle orecchie, nei buchi del naso, sussurrandomelo come se volesse ipnotizzarmi: "Ti rendi conto che quest'uomo per una lira vende tutti i sogni suoi - mi diceva - e per una lira ci mette dentro anche lei".

"E infatti mi sembra poco", battisti e mogol a cavalloobbiettai, e qui per la prima volta, ti vidi ridere.

Fu così accattivante la tua risata che quasi mi dispiaceva doverti dire di no, ma fui fermo nella decisione anche con Mogol, pur ammettendo la validità del testo.

Ma adesso era diverso. Adesso, per dire circa quattro anni fa, è stata l'ultima volta che ci siamo visti.

Sebbene un po' ingrassato, anche il mio contadino quando ti vide rimase affascinato e fu contento d'aver tagliato l'erba due volte nello stesso giorno. Dopo un breve giro per il prato, tu, io, Grazia, tuo figlio e Claudia ci sedemmo attorno a un tavolo, dove di tanto in tanto una folata di vento caldo stimolava i nostri discorsi, che durarono dalle 11 del mattino fino alle due di notte. Tante sono le cose che abbiamo detto, spaziando a ruota libera sulla vita, sui caratteri della gente, ma soprattutto sul carattere di quel nostro mondo, fatto di cantanti, attori, case discografiche, cinema, televisione e avvocati.

Una strana schermaglia la nostra, dove emergeva chiaramente la voglia di criticare, senza però fare i nomi, in modo che ognuno di noi, in caso di litigio, avesse un alibi e potesse dire: "No, io non mi riferivo né a Venditti e neanche a De Gregori" (si fa per dire). Ma spesso le parole, anche se il più delle volte erano solo dei frammenti, cadevano su un personaggio di cui non si poteva non fare il nome: Mogol.

Come tutti, credo, la rottura di un'amicizia, di un fidanzamento o di un matrimonio è la cosa che più mi stupisce. Perché? Due s'incontrano, girano tutta l'Italia a cavallo, si costruiscono la casa nello stesso posto, sfornano un successo dopo l'altro toccando il cuore di tre generazioni... e a una data ora di un certo giorno, tutto questo finisce. "Perché?". La risposta praticamente non c'è stata.

Eppure tu parlasti molto. Più che altro parlasti per non farmi capire o forse per dirmi che la colpa non va ricercata dentro la persona di Mogol o di Lucio Battisti, ma nell'uomo in generale, che fin dalla nascita si porta dentro questo desiderio assurdo di voler dimostrare che lui non ha bisogno di nessuno e che può andare avanti benissimo da solo.

"Se è vero - mi dicesti - che le vendite dei miei dischi sono calate dopo la nostra separazione, è altrettanto vero che anche lui, da quel giorno, ha smesso di brillare".

Queste parole caddero come piombo sul tavolo, diffondendo nell'aria uno strano silenzio, pieno di immagini e di ricordi.

Notai nei tuoi occhi un senso di nostalgia che è tipica di chi non ha più bisogno del successo, perché tanto ne ha avuto, forse troppo, e chissà quanto ne avrà ancora ma non sa cosa farsene, perché ciò di cui ha bisogno è solo la compagnia di un amico. Quell'amico che, forse, è ancora lo stesso che ha saputo dare alle tue magiche note tanto sentimento, ed eravate come una sola anima, dove tu eri la musica e Mogol la poesia.

Con calma prendesti la bottiglia del vino e te ne versasti un bicchiere... e poi abbozzando un mezzo sorriso mi guardasti come se toccasse a me rompere il silenzio...

"E allora? - ti dissi quasi ridendo - Cosa si fa?". "Io dico che dovremmo vederci di più - mi dicesti -... per fare qualcosa insieme, non necessariamente per il pubblico, ma per divertirci noi...".

"Sono d'accordo. L'unico rischio è che se ci divertiamo troppo poi facciamo anche successo". Cominciammo a ridere e scherzare con Claudia e Grazia, mentre i racconti si susseguirono fino a tarda sera, e probabilmente anche per questo ridere e scherzare forse, avevo sottovalutato il tuo stato d'animo.

Tre giorni dopo, tu mi telefonasti dicendomi che eri di passaggio a Molteno e che se volevo saresti venuto volentieri a Galbiate per fare quattro chiacchiere. Quel giorno avevo un appuntamento a Milano e per una serie di sfortunate coincidenze mi dimenticai, come eravamo rimasti d'accordo, di richiamarti.

Il giorno dopo telefonai a casa tua, ma non rispondeva nessuno.

Erano passati tanti giorni ormai, settimane, ed ero consapevole di non essermi comportato bene. Ma confidavo sul fatto che quando ci saremmo rivisti avrei ammesso la mia stronzaggine chiedendoti scusa e contavo sulla simpatia che nutrivi per me.

Un giorno telefonai a Mina dicendole che mi era venuta un'idea storica. "E qual è?", disse lei. "Un disco veramente rotondo... tu, io e Battisti. Ho pensato anche al titolo: "H2O", naturalmente tu saresti l'acca... cosa ne pensi?".

"E` una formula perfetta - disse lei - se riesce avremo da bere per parecchi mesi. Quando si comincia?".

"Telefono a Battisti e veniamo subito a casa tua così parliamo di tutto".

Da quel momento ho cominciato a cercarti ovunque, lasciando messaggi dappertutto, ma tu eri sparito. Neanche la Sony sapeva dov'eri. Finalmente dopo 20 giorni riesco a parlarti al telefono: mi resi conto che quel giorno a Galbiate l'avevo fatta grossa. Per quanto fosse forte e divertente l'idea di fare un disco in tre, non era abbastanza per colmare l'amarezza che ti avevo procurato. Il tono della tua voce era freddo, benché io cercassi in tutti i modi di riscaldarlo, per quanto fosse possibile al telefono da Londra a Roma, ma non c'è stato niente da fare. Più parlavo e più mi rendevo conto di non essere credibile: le mie scuse, purtroppo, risultavano mischiate a una richiesta di lavoro e quindi non del tutto disinteressate.

"L'idea è bella - mi dicesti - ma ci devo pensare... purtroppo ho altre cose da fare e poi devo un po' riordinare le mie idee".

"... Capisco ... comunque io non ti telefonerò più... qualora decidessi di dare il via a questo progetto che mi sembra importante come regalo da fare al tuo fan, a quello di Mina e ai miei due fans, sappi che io e Mina siamo pronti".

"Perché tu due?".

"Perché io ho avuto l'idea".

Per un attimo, il gelo che ci separava lo sentii infrangersi sotto il peso di una debole risata che non riuscisti a trattenere e che mi faceva sperare in una tua telefonata. Ma avevo dimenticato che eravamo sulla terra. E qui si ragiona in modo diverso da quei "Luoghi" dove ti trovi adesso. Da "Lì", dove sei tu, tutto è più chiaro. Le cose vengono viste con un'ottica diversa. L'ottica della purezza, il cui punto di vista è unico e al tempo stesso universale. Ma qui no. Qui non c'era più spazio per una telefonata, l'orgoglio ormai, non solo tuo, ma anche mio, aveva occupato tutti gli spazi possibili della "comprensione". Forte del fatto che dovevi essere tu a darmi una risposta, io non ti telefonai più. Non l'ho detto, ma senz'altro devo aver pensato che essendo "qualcuno", non potevo abbassarmi più di tanto. Senza pensare invece che sarei stato veramente qualcuno se t'avessi fatto una seconda e anche una terza telefonata. Ma qui, dove tu ci hai lasciati, non si poteva.


La nube dell'orgoglio e dell'indifferenza si dissolve solo quando un amico scompare. Meno male, però, che tu non sei scomparso! Hai lasciato qui soltanto la fase ultima del tuo corpo, un po' malandato. Ma adesso dove sei tu, puoi scegliere. Puoi riprenderti il corpo che più ti aggrada negli anni migliori della tua giovinezza: quando cantavi "Giardini di Marzo", per esempio; e lo puoi modificare se qualcosa non ti andava. O di quand'eri bambino o di quando saresti diventato vecchio. Per la legge che niente si distrugge, tutto ciò che il tuo corpo materiale ha vissuto rimarrà intatto per sempre, in ogni sua fase, fin da quand'eri nel ventre di tua madre.

E "Lì", nei fantastici paesaggi dell'Universo, potrai sentirti contemporaneamente bambino, adolescente, giovane e adulto. Poiché non ci si può dimenticare che ogni essere, per il solo fatto di essere, è UNO, è VERO, è BUONO ed è BELLO; sono questi i quattro grandi valori classici.

E tu, adesso, hai conosciuto e avuto la conferma del quinto valore: ogni essere è ETERNO. Dalla terra con amore!

Adriano CELENTANO - Milano, 5 ottobre 1998

Questa è la lettera aperta e ripeto: non c'era alcuna attinenza tra la decisione di Adriano di scrivergli quella lettera pubblica e quello che accadde dopo.

il 2° evento: IL CASO CAPORASO-BATTISTI  e l'anticipazione della canzone Arcobaleno

rivista FIRMAQuesta a sinistra è la copertina della rivista FIRMA dell'ottobre 1998; il direttore generale della rivista era Giulio Caporaso. E' la sera del 12 settembre, pochi giorni la morte di Lucio, che in Roma, alla piazza del Campidoglio organizzano un concerto per ricordarlo; Giulio Caporaso torna a casa e si mette a dormire. Quella notte Caporaso crede di sognare un dialogo con Lucio Battisti, ma in realtà, si scoprirà tempo dopo, che non si trattava di un sogno, ma di Lucio Battisti che lo ha attirato in una dimensione di passaggio per comunicargli ciò che leggerete tra poco.

L'argomento principe dell'intervista è l'arcobaleno; Lucio gli dice che è importante questo fenomeno perché rappresenta l'alleanza tra dio e l'uomo, alla stessa maniera in cui, dopo il diluvio, a Noè gli appare un arcobaleno.

In ogni caso, ci tengo a precisare, a Giulio Caporaso tutto ciò che gli era accaduto lo aveva preso solo ed esclusivamente come un sogno; inoltre Caporaso non aveva mai avuto alcun contatto con Mogol, Adriano Celentano, Gianni Bella o alcun attore di questo racconto. Devo però sottolineare una cosa: ritengo che il seguente racconto sia ciò che il direttore Caporaso abbia recepito in base al suo livello di coscienza e NON quello che realmente Lucio gli ha detto.

Questa di destra è una delle immagini che il direttore chiese di comporre alla redazione per accompagnare l'assurda, quanto fantastica, fino a quel momento, intervista che nei mesi successivi collimerà con tanti punti e persone lontane:

Mi trovo in una distesa senza fine di sabbia bianca e soffice. Sopra la mia testa c'è un arcobaleno. Sembra un'enorme cupola, che però fa filtrare la luce del cielo, che è di un azzurro intenso. Non ci sono nuvole, né uccelli, sembra non esserci alcuna forma di vita. Sento la mia pelle rabbrividire, ma non ho né freddo né caldo. Non ho paura, sono come in estasi. Ho una lunga tunica bianca di una stoffa morbida che sembra di una seta finissima. Mi accorgo di essere scalzo, ma sono a mio agio, i miei piedi appoggiandosi sulla sabbia non lasciano impronte. Provo a calcare il passo, ma l'effetto non cambia. Il mio corpo è più giovane e forte, si muove con leggerezza ed è libero da qualsiasi peso. Mi vengono in mente le immagini degli astronauti che qualche volta ho visto in TV. Mi guardo intorno e vedo che non lascio alcuna ombra, anche se la luce è abbastanza intensa, come quella di un'alba nei primi giorni di primavera, che ci annuncia in modo rassicurante che la bella stagione sta arrivando e che l'inverno è ormai passato. Sono stordito, non riesco a descrivere le mie emozioni, ma sento solo un grande senso di libertà. Improvvisamente vedo qualcosa, una figura che si avvicina con passo deciso. È quasi di fronte a me, si fa più nitida. È un uomo sui 20 anni, con scuri e lunghi capelli ricci, di media altezza, con un sorriso che mi sembra di riconoscere. Certo, è lui, è proprio lui, lo riconosco, è il mio cantante preferito! Lucio è vestito di un elegante completo di lino bianco. Ha una giacca senza bottoni e i pantaloni, della stessa stoffa, a campana. Indossa una bellissima camicia azzurra con il collo a pizzi lunghi, un foulard giallo con disegnate delle note musicali verdi gli cinge il collo. Anche lui è scalzo e non lascia impronte né ombre.
Mi guarda divertito e mi dice: "Non è poi così difficile camminare in questo posto!"

Dove siamo, che posto è questo, mi vuoi spiegare cosa succede?
Non avere fretta, andiamo per ordine. Questo è un luogo d'incontro, dove chi come me è passato nella dimensione spirituale può qualche volta, per importanti motivi, incontrare degli umani che riescono ad arrivare in questo posto grazie ad un viaggio in spirito.

Viaggio in spirito... non capisco...
Cercherò di spiegarti in modo semplice. Tu sei in questo posto, non con il corpo e la mente, ma con il tuo spirito ed il tuo cuore. Il tuo corpo e la tua mente, in questo preciso momento, stanno dormendo tranquillamente. Domani, quando ti sveglierai, potrai pensare di avere solo sognato, ma non è così. Vuoi dire che io sono in questo posto senza il mio corpo? - gli domando spaventato e incuriosito nello stesso tempo.
Certo, è proprio così. Io, vedi, ormai mi sono distaccato completamente dal mio corpo e dalla mia mente. Sono proiettato in questa nuova dimensione, con lo spirito e il cuore verso l'Assoluto. Cosa intendi per cuore? L'anima, quella che ti spinge a continuare questa intervista, per intenderci.

Perché proprio io?
Perché a qualcuno dovevo pur dare il mio messaggio e con te sarà possibile.
Mi sento improvvisamente libero, leggero come l'aria, non ho condizionamenti del mio corpo né della mia mente, che spesso si affolla di idee e mi porta confusione e tensione. Sono in uno stato inebriante, sento un'intelligenza nuova nascere in me, che mi parte dal cuore.

Lucio mi sorride, è come se percepisse quello che sto provando e dice: "Sento che incominci ad entrare nella giusta dimensione per farmi questa intervista, l'ultima. Ricorda, è la più importante, quella che può cambiare e aiutare molti cuori".
lo mi sento pieno di responsabilità, ma lui continua e rassicurandomi dice: "Segui l'impulso del cuore ed io risponderò a tutte le tue domande. Però fai presto, perché c'è Qualcuno che mi aspetta e che desidero da sempre incontrare".

Perché ci troviamo sotto questo enorme arcobaleno?
L'arcobaleno rappresenta l'Alleanza tra Dio e l’uomo. Ti ricordi della storia di Noè che dopo il diluvio vide spuntare l'arcobaleno. I suoi colori rappresentano i doni spirituali.

Quale ultimo messaggio vuoi darci?
Voglio dire a chi ha amato le mie canzoni e non solo a loro di leggere oltre le parole e di capire l'importanza dell'Amore, inteso in senso più ampio, più universale. Le emozioni sono date dai sentimenti, però oggi c'è un grave pericolo per il mondo: l'uomo sta perdendo l'Amore.

Cosa intendi tu per Amore?
C'è stato un grande Uomo che ci ha insegnato l'Amore. È quello l'Uomo che deve essere preso come riferimento. Ai giovani voglio dire non fatevi condizionare da falsi obiettivi, da falsi idoli, da inutili e pericolose ricerche di emozioni forti. Cercate la serenità.

Come si raggiunge la serenità?
Questa è la cosa più difficile da spiegare, perché la serenità non è solo una conquista, ma anche un modo di essere. Con le canzoni io sentivo la serenità però potevo trasmettere anche solitudine, delusione, tristezza. È qui che bisogna concentrarsi: la serenità è quella forza interiore soggettiva che permette al singolo individuo di avere uno stato di benessere tale da riuscire a trasmetterlo all'esterno dando benefici anche agli altri. La serenità va quindi ricercata in noi stessi in armonia con il mondo che ci circonda.

Mi fai un esempio?
Certo. Se io con una canzone trovo la serenità e trasmetto amore questo è un risultato eccezionale. Perché ottengo un doppio stato di benessere, il mio e quello del mondo che mi circonda. Mentre, se con una canzone trasmetto sensazioni negative che possono far star male gli altri, questo è da evitare.

Qual è il ricordo più bello che hai del mondo?
È stato il vedere tanta gente cantare le mie canzoni con il cuore sereno.
Cosa pensi della forse eccessiva riservatezza intorno al tuo funerale?
È giusto che sia così. Il mondo deve imparare che una persona, quando finisce la sua vita terrena passa in una dimensione diversa: quella spirituale. Il mio spirito ora è altrove rispetto al mio corpo. Per me non è importante che la mia tomba diventi un luogo di pellegrinaggio, perché questo mi renderebbe più difficile il distacco per "il lungo viaggio".

Mi vuoi spiegare meglio?
Ascoltami bene perché quello che ti dico è molto importante. Dopo che un'anima lascia il corpo questa deve innalzarsi sempre di più per raggiungere l'Assoluto. Per fare questo deve allontanarsi il più possibile dal legame con la passata vita materiale e, quindi, anche dal corpo che ha terminato il suo compito. Però più le persone care ti continuano a cercare carnalmente, per esempio con un contatto costante con la tomba o con continue invocazioni, più diventa difficile questo distacco... Mi capisci?

Credo di sì e allora dimmi cosa posso fare per te?
Devi semplicemente raccontare quanto hai visto e sentito e chiedere a chi mi ama di pregare per me. Non devono pregare me, mi raccomando, ma per me affinché possa trovare la serenità eterna. In che modo?
Chiedendo nelle loro preghiere a Dio di avere compassione per la mia anima affinché questa possa trovare la sua dimensione assoluta e definitiva in armonia con il Creato.
Perché ad un certo punto hai rinunciato alla vita pubblica?
All'improvviso quando ero all'apice della mia carriera è capitata una cosa straordinaria: ho sentito un impulso, in piena notte, che mi metteva nel cuore parole e musiche molto particolari. Componevo senza neanche pensare come se ci fosse qualcuno a suggerirmi. La musica era talmente bella che mi dava una libertà infinita. Questo mi è successo per varie sere e poi anche di giorno e così il tempo fuggiva via senza neanche accorgermene. Ero in uno stato di benessere straordinario.

Cosa avevano di particolare quelle canzoni?
Erano tutte rivolte a lodare Dio e l’amore universale.

Dove posso trovarle?
Sono scritte esclusivamente nel mio cuore, non c'è traccia nel mondo. Spero possano servirmi molto presto.

A questo punto la luce che ci circonda si fa improvvisamente più intensa. Sento una voce chiamarlo: “Lucio è il tempo di cantare quelle canzoni che tu sai. Andiamo.” Lo vedo svanire in una luce infinita al di sopra dell'arcobaleno e salutandomi con la mano, mi sorride e mi dice “Ti assicuro... non sarà un'avventura”.

Questa intervista, che contiene tutto il senso della canzone Arcobaleno che uscirà dopo 4 mesi, fu scritta dal Direttore solo tre giorni dopo la morte di Lucio e viene inserita nel numero di ottobre '98 della rivista FIRMA.

il 3° evento: LA MEDIUM DELLA CANZONE ARCOBALENO

Parallelamente, sempre qualche giorno dopo la scomparsa di Lucio, Daniela, la segretaria di Mogol (Giulio Rapetti) riceve una telefonata da parte di una medium italiana residente in Spagna che le chiede di registrare la telefonata affinché anche lo stesso Mogol potesse ascoltarne la versione originale. La medium affermava che Lucio Battisti in persona, qualche giorno dopo la morte a Milano, l'aveva contattata chiedendole di prendere appunti circa il testo di una canzone dedicata all'amico Mogol e di comunicare allo stesso Mogol questa cosa. Lucio le avrebbe indicato di entrare in una libreria della città e di acquistare un libro collocato nella posizione indicata. Solo a tempo debito la donna avrebbe potuto aprirlo e leggerne il contenuto: poche ore più tardi la voce di Battisti domandò di leggere un capitolo in particolare e di informare Mogol di certe frasi che dovevano servire per scrivere una canzone che avrebbe dovuto intitolarsi “L’arcobaleno”. Tutte le informazioni ricevute da Battisti non sarebbero state date di notte alla medium, ma di giorno, in stato di veglia e Lucio le avrebbe detto di telefonare a Giulio (Mogol) per fargli sapere della cosa. Mogol, nell'intervista che vedrete tra un attimo, disse che si mise a ridere con la certezza di scartare la cosa. Successivamente, non si sa per quale motivo, sembra che la medium negherà quanto accaduto, ma in realtà questa cosa diviene irrilevante... ma probabilmente per questioni editoriali sul testo.

il 4° evento: LA COINCIDENZA DELLA BASE MUSICALE IN TASCA A GIANNI BELLA

Dopo qualche giorno Mogol si incontra a casa di Adriano Celentano e Claudia Mori con Gianni Bella; Mogol ha con se il testo della canzone e racconta di come sia andata la situazione, chiaramente ancora incredulo. Ma dopo la lettura del testo, Gianni Bella tira fuori dalla tasca una cassetta su cui aveva inciso una base musicale e, miracolo, quella musica era proprio quella adatta a quel testo per farla divenire una canzone di successo. Beh, questa cosa fu tanto strana da far ricredere Mogol. Questa che segue è l'intervista a Mogol a TG2 Dossier dopo l'uscita della canzone Arcobaleno pubblicata 4 mesi dopo questo evento; notate l'espressione spaventata di Mogol, verso la fine, quando parla del segno che in qualche modo Lucio gli fornisce, ma che non vuole rivelare:

 

il 5° evento: IL SEGNO DI LUCIO A MOGOL

Quindi, nella stessa intervista, dopo che Mogol dice di essersi convinto di pubblicare la canzone in quanto Gianni Bella aveva miracolosamente una base ad hoc in tasca, afferma che c'è statomogol un altro episodio che lo ha convinto definitivamente che effettivamente Lucio voleva che quella canzone si pubblicasse. Mogol dice che questo ulteriore episodio è molto strano, un fatto che se qualcuno lo dicesse a lui, lui stesso non ci crederebbe; si tratta di un fatto così incredibile che Mogol ringrazia il fatto che c'era un testimone con lui, altrimenti si sarebbe accusato da solo di allucinazioni, probabilmente. Al minuto 7:59 potete vedere l'espressione tirata di Mogol al ricordo di questo fatto strano che non si sente di raccontarlo e con cui è certo che Lucio, 10 giorni dopo la pubblicazione della canzone, abbia dimostrato la sua gratitudine all'amico Mogol. Io so cosa è accaduto e posso assicurarvi che è stato davvero fantastico ciò che Lucio ha fatto accadere; in questa cosa c'entra... l'arcobaleno. Questa è l'immagine corrucciata del volto di Mogol prelevata dal video che avete appena visto.

Io e Lucio Battisti

Perché vi ho raccontato tutto questo? Per spiegare il motivo per cui ho dedicato a Lucio Battisti il mio libro IO SONO ME. Voglio porre la mia attenzione sulla frase che Lucio ha detto a Caporaso: Se io con una canzone trovo la serenità e trasmetto amore questo è un risultato eccezionale. Perché ottengo un doppio stato di benessere, il mio e quello del mondo che mi circonda. Mentre, se con una canzone trasmetto sensazioni negative che possono far star male gli altri, questo è da evitare. Il suo interesse nel creare canzoni è stato solo per il diletto suo e di tutti e sono certo che mai abbia avuto lo scopo di voler danneggiare gli altri oppure rendere triste qualcuno. E' probabile che Lucio abbia vissuto senza specchi, senza i 7 Specchi Esseni; egli è stato Vita in azione, come Totò, Charlei Chaplin, Stanlio e Olio e personaggi che, pur con il loro carattere, spesso schivo e scostante, hanno espresso il loro essere perché volevano divertirsi con la vita e la vita di Lucio è stata una sperimentazione continua.

Anche tu puoi divertirti con la Vita, ma devi sapere quali sono i meccanismi che ti bloccano, che pongono dei veli sui tuoi occhi. Nel mio libro IO SONO ME ho fatto di tutto per riportare a galla le antiche conoscenze essene dei Sette Specchi e già un mare di persone che hanno letto il libro sono state in grado di applicarne i princìpi e di avere successo sulle emozioni negative. Celentano, nella sua lettera aperta dice esattamente come la penso: "Da "Lì", dove sei tu, tutto è più chiaro, le cose vengono viste con un'ottica diversa, con l'ottica della purezza, il cui punto di vista è unico e al tempo stesso universale." Celentano la vede giusta.

Quando io parlo, lo faccio sempre nei parametri dell'immortalità e ora voglio rivelarvi un segreto: anche se non sarò originale, voglio ripetere una frase che ho letto nel Vangelo Apocrifo di Tommaso. Il segreto è questo: fin quando sarete vivi, la morte non potrà mai entrare nel vostro corpo: questa è una frase su cui meditare...

Nella canzone Lucio dice che è divenuto tramonto di sera e che parla come foglie d'aprile e che con il suo discorso più bello si esprime con il silenzio: qui sta parlando della vita in Quinta Dimensione: lì tu sai davvero di essere tutte le cose che crei. Mentre in questo universo è necessario relazionarsi con altri per fare qualcosa, nella Quinta le cose funzionano diversamente.In questa dimensione un fiore, per crescere e sopravvivere, ha bisogno della terra, dell'aria, dell'acqua, della luce e del buio; ma lì, tu puoi fare un fiore, crearlo, farlo crescere e farlo scomparire o seccare quando vuoi, semplicemente con la tua mente, poiché lì tutto dipende esclusivamente da noi. Tu, lì, puoi divenire tutto ciò che vuoi, proprio come dice Lucio.

Chi ha visto il film AL DI LA' DEI SOGNI ricorderà la frase che viene detta a Robin William che dice: "Qui è tanto grande che ognuno può avere un proprio personale universo". Ebbene, è proprio così! Lì sei tutte le cose...

Al di là dei sogni

E in quell'universo puoi davvero farci quello che vuoi... questa è Vita, esistenza senza filtri emozionali, un'esistenza in cui puoi davvero dire IO SONO ME.

IO SONO Me

E' per l'immortalità di Quinta Dimensione che l'amico Lucio si è probabilmente guadagnata, l'altro motivo per cui il mio libro IO SONO ME è dedicato al lui.

Buona lettura a voi tutti.

E a te, Lucio, ciao: dalla Terra con amore!

Arcangelo Miranda

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